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N.H. Francesco I Pandone

(Napoli )

Padre: Carlo
Madre: Martuccia
Coniuge None
Numero figli: 4
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Francesco Pandone nacque presumibilmente tra il 1384 e il 1385 da Carlo e Martuccia Capuano (Ammirato 1651, 62). Rimasto ben presto orfano di padre, militò a lungo nella compagnia di ventura di Giacomo Caldora, seguendone, per un periodo, anche le alterne obbedienze politiche. Nel 1413 era ciambellano del re e acquistò da Ladislao di Durazzo le terre di Pratella, Ciorlano, Capriati, Gallo Letino e Guardia di Campochiaro (De Lellis 1654, I, 356; Caetani Regesta, III, 226). L’articolata questione successoria, nei primi anni di regno di Giovanna II, favorì Pandone che riuscì a districarsi, rafforzando la sua posizione; infatti se in un primo tempo egli si sia opposto alla scelta giovannea del successore nella persona di Alfonso, si riappacificò ben presto con la regina che si impegnò, nel 1422, a mantenerlo nel pacifico possesso di Ailano e di Roccaravindola, inducendo Maria Guindazzo e il figlio Petrillo Carafa a rinunciare ai diritti che vantavano su quelle terre (Caetani Regesta, IV, 24). Qualche anno più tardi Francesco militava ancora con Caldora quando fu fatto prigioniero dall’esercito aragonese; Giovanna II affidò il patrimonio feudale di Pandone al governo di Luigi e Marino Caracciolo, ordinando loro nel giugno del 1425 di amministrare e difendere i beni del prigioniero (Caetani Regesta, IV, 58). Ciononostante Francesco Pandone cambiò nuovamente parte e si schierò, in cambio della sua liberazione, con gli aragonesi.

Dopo la morte di Giovanna II nel 1435 e il riacutizzarsi del conflitto per la successione tra Renato di Lorena e Alfonso d’Aragona, Francesco Pandone è indicato tra coloro, insieme al duca di Sessa, al conte di Loreto, al conte di Fondi e al conte camerlengo Ruggiero Gaetano, deliberarono, nella chiesetta di S. Maria de le Coree presso Capua, di sollecitare l’intervento armato di Alfonso che in quei giorni risiedeva a Palermo (Delello 1891, 639). Combatté con i catalani quindi nella battaglia di Ponza nell’agosto del 1435 ma fu catturato dalle truppe genovesi e consegnato al duca di Milano, Filippo Maria Visconti.

Riconquistata la libertà in ottobre, servì ancora per due anni la parte aragonese per poi passare nelle formazioni angioine agli stipendi di Giacomo Caldora che affiancava il condottiero e cardinale Giovanni Vitelleschi, noto come il patriarca di Alessandria, nella riconquista dei territori caduti in mano catalana. Vitelleschi, nell’aprile del 1437, occupò molte terre nel napoletano, che obbedivano ad Alfonso, e ottenne la resa volontaria di Vairano, Presenzano e Venafro che fu affidata, alla partenza degli eserciti, proprio a Francesco Pandone. Costui tenne in custodia la città solo per pochi mesi e, quando si prospettò una difficile resistenza all’assedio aragonese e viste le capitolazioni di Iserniae Vairano, barattò con Alfonso la resa di Venafro in cambio della sua infeudazione (Di Costanzo 1839, 298; Summonte 1601, II, 638). Fu creato infatti conte di Venafro nel 1443 da Alfonso durante i festeggiamenti per l’ingresso trionfale del re nella capitale (Caetani Regesta, IV, 217). Da questo momento Francesco Pandone seguì con costanza le parti alfonsine, servendo in missioni militari e diplomatiche. Contemporaneamente si produceva anche in una politica aggressiva ed espansionistica nei territori molisani; occupò infatti, senza diritto, alcuni possedimenti dell’abazia di S. Vincenzo al Volturno sui quali Antonio Caldora alcuni esercitava, di fatto, diritti feudali derivantigli dall’eredità paterna (Morra 1985, 12); sembra che le terre occupate siano state quelle del Fornello col casale di Valle Porcina, delli Scapoli, Castello Nuovo, Pizzone, Colli, Rocchetta Baccaritia, Iaiannini, Castel di S. Vincenzo e Castellone (Ciarlanti 1644, 423). Dopo l’acquisizione Francesco Pandone chiese la legittimazione del possesso all’abate commendatario Giovanni de Conti; la richiesta, sottoposta a papa Eugenio IV e da questi affidata all’arcivescovo di Napoli, Gaspar de Diana, incontrò invece la resistenza delle autorità ecclesiastiche e Francesco, sotto la minaccia di scomunica, fu costretto, in un primo momento, a recedere dai beni. Fu solo nel 1451 che Francesco Pandone ebbe, con l’assenso pontificio, dall’abate commendatario la legittimazione per le terre, che aveva usurpato, pagando un censo annuo di 80 fiorini d’oro (Chronicon Vulturnense 1938, III, 118). Nel novembre del 1443 ricevette da Alfonso anche le terre di Mastrati, Carpinone, Macchiagodena e Cerro.

Fu quindi esponente di spicco della corte aragonese. Fu uno tra i rappresentanti del seggio di Capuana che prestarono giuramento di ligio omaggio nel 1443 (Morra 1985, 14); fu tra i sette gentiluomini che nel 1445 traslarono il corpo dell’infante Pietro d’Aragona da Castel dell’Ovo alla chiesa di S. Pietro a Maiella (Summonte 1601, III, 66); acconsentì, prima del 1450, che il re costituisse un vitalizio di 1.000 once d’oro da prelevarsi dalle collette del contado di Venafro, a vantaggio del cameriere regio Ausias Milà, in occasione delle sue nozze con Luisa d’Alagno (De Lellis 1654, I, 90); nel 1451 fu tra i giudici, insieme al duca di Sessa, al conte di Troia, al conte di Terlizzi, al gran Camerario e al viceré di Calabria, nel processo contro Francesco Sanseverino, duca di Scalea e conte di Lauria (Summonte 1601, III, 122). Morì nel 1457, forse in aprile, e frazionò il suo patrimonio tra il nipote Scipione, figlio del suo primogenito Carlo, e i quattro figli (tre legittimi e un ultimo naturale) nati dal matrimonio con una Carafa; ebbe anche due figlie: Altobella che sposò Luigi di Capua, conte di Altavilla, e Polissena che sposò Antonio di Sangro, signore di Castelbottaccio e Lucito.

A Scipione Pandone, figlio di Carlo e di Margherita del Balzo, spettarono: la città e la terra di Venafro, i castelli di San Pietro Infine, Ailano e Mastrati, il castello diruto di Rocca San Vito, la baronia di Prata, la città di Boiano, la terra di Macchiagodena, i castelli di Guardiaregia e Rocchetta al Volturno, la capitania di San Polo Matese e le terre di Pratella, Ciorlano, Capriati, Fossaceca, Gallo e Letino. Pandolfo Pandone ebbe le terre di Pizzone, Castellone, Castelnuovo, Scapoli, Terreno, Carpinone e Castelpetroso. Poche sono invece le notizie circa il figlio naturale, Palamede Pandone che, citato da Ciarlanti, sembra abbia tenuto, per un breve periodo (ante 1465), la terra di Cerro al Volturno (Ciarlanti 1644, 425; Morra 1985, 14). L’ultimo figlio, Galeazzo Pandone, morto nel 1514 e sepolto in S. Domenico Maggiore a Napoli, ebbe Santa Maria Oliveto, Roccaravindola e Fornelli.

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